Alla fine sbottai: “non ce la faccio più a sopportare questa
situazione, lo capisci? Sto male, non riesco a trovare un equilibrio.”
La sua indifferenza non celava rancore o rabbia: era semplicemente assente e disinteressata. Tutto quello che era stato, la nostra storia improvvisamente non contavano più nulla, la aveva messa da parte in un cassetto della scrivania del passato. Non cercava nemmeno di evitarmi, se provavo a salutarla rispondeva con distacco ma senza ambiguità, mentre se la ignoravo non faceva una piega e portava avanti i suoi movimenti, i sui gesti e la sua vita di cui oramai non facevo più parte. Quel giorno cercai una scusa per parlarle: come sempre rispose con un tono cortese e freddo al contempo, senza trasporto ne fastidio. Ogni mia domanda trovava una risposta secca e precisa che non lasciava appigli a cui aggrapparsi per continuare la conversazione. Dopo averla salutata, vedendola girarsi per tornare in ufficio mi sentì perso, anzi sentivo di stare perdendo qualcosa, come quando un oggetto ti scivola dalle mani e immagini il suono che produrrà cadendo prima ancora che tocchi terra. Dovevo dire qualcosa, non potevo lasciarla andare, dovevo trovare una frase o una parola che mi avrebbero permesso di mantenere accesa una fioca speranza. Tutto quello che mi uscì dalla bocca fu: “pensami, eh!”
La sua indifferenza non celava rancore o rabbia: era semplicemente assente e disinteressata. Tutto quello che era stato, la nostra storia improvvisamente non contavano più nulla, la aveva messa da parte in un cassetto della scrivania del passato. Non cercava nemmeno di evitarmi, se provavo a salutarla rispondeva con distacco ma senza ambiguità, mentre se la ignoravo non faceva una piega e portava avanti i suoi movimenti, i sui gesti e la sua vita di cui oramai non facevo più parte. Quel giorno cercai una scusa per parlarle: come sempre rispose con un tono cortese e freddo al contempo, senza trasporto ne fastidio. Ogni mia domanda trovava una risposta secca e precisa che non lasciava appigli a cui aggrapparsi per continuare la conversazione. Dopo averla salutata, vedendola girarsi per tornare in ufficio mi sentì perso, anzi sentivo di stare perdendo qualcosa, come quando un oggetto ti scivola dalle mani e immagini il suono che produrrà cadendo prima ancora che tocchi terra. Dovevo dire qualcosa, non potevo lasciarla andare, dovevo trovare una frase o una parola che mi avrebbero permesso di mantenere accesa una fioca speranza. Tutto quello che mi uscì dalla bocca fu: “pensami, eh!”
si voltò senza
fermarsi e disse sorridendo: “e che ti penso a fare?”
Le sue parole avevano il suono del martelletto usato da un giudice che pronunciava una sentenza: mentre tornava a volgere il suo sguardo verso il corridoio senza alcuna pietà ,spalancai le palpebre e rimasi con la bocca aperta cercando una risposta che non c’era. Durò un istante, o forse un minuto, poi rilassai i muscoli della fronte, chiusi la bocca e misi a fuoco la vista: in una frazione di secondo il mio sbigottimento si trasformò in rassegnazione: ripetei tra me e me: "che ti penso a fare?”, poi scesi le scale e andai a fare colazione.
Le sue parole avevano il suono del martelletto usato da un giudice che pronunciava una sentenza: mentre tornava a volgere il suo sguardo verso il corridoio senza alcuna pietà ,spalancai le palpebre e rimasi con la bocca aperta cercando una risposta che non c’era. Durò un istante, o forse un minuto, poi rilassai i muscoli della fronte, chiusi la bocca e misi a fuoco la vista: in una frazione di secondo il mio sbigottimento si trasformò in rassegnazione: ripetei tra me e me: "che ti penso a fare?”, poi scesi le scale e andai a fare colazione.